Se Salvatore
Inglese ha analizzato
le implicazioni psicopatologiche e il terreno antropologico
dell'emigrazione, Rosario
Foglia ne ha imprigionato,
in molte sue tele, il grigio chino e, d'altro canto,
pervasivo, pressore.
Anche
negli oggetti fissi d'una polverosa e vecchia povertà;
pure in quelle cose, d'uso comune, quasi senza sfondo
e profondità: la bottiglia, per esempio, di colore
verde bruno e densa di fuliggine. Quella che richiama
la rigidità del freddo interiore, la legna consumata,
i valori d'una stanza, sola col camino, e la disperazione
ritmata dai sorsi d'un cupo e amaro rosso, perfino al
femminile. Un rimando, molto poco forzato, al lavoro
come dramma lacerante e al sangue della donna, al mestruo,
che, poi, Foglia ha reso protagonista
di un violento riscatto politico, assennato e dissacratorio. E, ironia della sorte, questo tragediografo dell'emigrazione ha seguito la scia d'Inglese o, probabilmente, lo psichiatra
ha percorso il cammino, d'allontanamento, del pittore. Entrambi hanno messo a fuoco
la verità, o parte di essa, sulla fuga dalla
terra d'origine, le sue ragioni, la memoria, il conflitto, la reazione di chi è
restato.
Foglia, isolato, ricordato
qualche volta, è ignoto alla generazione
dei cosiddetti "ribelli", quelli che hanno
visitato parzialmente l'Abbazia
Florense e nominano l'abate con un senso di estraneità e appartenenza; quelli
che subiscono un'imposizione di sapere, il gioachimismo
d'ufficio, accreditato per pigrizia rispetto ad altro.
Ciò
per significare che la cultura non dimora nello scontato
e nel riferito, vive nella scoperta.
Giusto
di questa va detto, scrivendo qualche riga sopra un
artista che ha solo una colpa originaria e una condotta
recidiva: l'essere
nato e il vivere a San Giovanni in Fiore.
Ora
che, da Augé, certa generazione dello sperimentale
post-sessantottino, specie un filone di registi votati
all'icastica elettronica, pare abbia scoperto il fascino
delle strade, per un'esposizione pubblica spogliata
d'ogni procedura burocratica, Rosario
Foglia si può ritenere il più grande intellettuale
della città florense, superiore, per acutezza
e rabbia coerente, a chiunque altro.
Ma
questo gli rende appena delle briciole, considerato
che la sua città - o il suo paese - non gli ha
mai reso tributi né attenzioni di sorta. Ed è
magra consolazione, poiché Foglia non
è di questo luogo, di
questo forno crematorio delle ricerche dell'anima,
di voli autentici nel cielo delle idee, di preziosi
arrischi evolutivi.
Difatti,
il pittore del "male assegnato", al quale
riserva alcune sconsacrazioni tipiche di De
Sade, con scopo altro, ha inventato, ai tempi
della recessione economica, la Strada dei quadri: raffiguranti "oscenità" in serie,
bramosi atti carnali d'una "sessualità
maledetta", tardi autunni operai, atmosfere
postatomiche, secondo la legge dell'eterno ritorno,
scene di lesbismo politico o di sogni, coscienti, da
privazione.
Come
in Attesa
in cantina,
olio su tela, del 1980. E questa operazione - che,
allora, ottenne l'unanime disprezzo e la censura laica
e religiosa - ha, perlomeno, tre obiettivi che s'incrociano:
la pubblicità dell'opera e la sua gratuità,
la messa a nudo, su muro, di una diffusa disumanità,
il ricupero estetico di vie casuali, senza piani ex
lege e regole di transizione. Cioè:
trenta anni fa e passa, Foglia ha appeso i suoi
lavori dove capitava, creando un vero percorso di significato,
rendiamoci conto, in un contesto di totale chiusura
e di morali parallele, nel quale si cercava il capro, per esorcizzare la subordinazione
politica e la recisione forzata dell'emigrazione.
Ora,
quasi inspiegabilmente, forse per la sagace ironia d'una
confinata senescenza, Rosario Foglia esce con un catalogo
di opere, Dall'impegno alla poesia, Pubblisfera,
San Giovanni in Fiore, 2003. All'editore, è caro
il tema dell'emigrazione, del viaggio: da Le braccia
del mondo, di Francesco Mazzei, a Il passeggiatore solitario,
di Emilio Arnone - soggetti con la luce. Il fatto colpisce
solo perché Foglia non ha perduto la sua attualità.
E, peraltro, lo spazio circostante è identico
a prima, a quando il pittore incominciò lo studio
di La mia gente nella città di Gioacchino
da Fiore, nel 1965. L'espansione del capitale
e la fluidità dell'Impero non hanno prodotto
quella emancipazione e quell'autonomia culturale vantati
dalla vecchia guardia, da quella stessa sinistra,
preistorica, rapace e militaresca, rappresentata
da Foglia, con uccelli, mentre la sua gente va, lasciando
stoviglie e attrezzi per i campi.

Arte
Mediterranea
ARTE
FLORENSE
La
mia gente nella città di Gioacchino da Fiore
Rosario
FOGLIA copyright © 2003/2006
L'anarchia
di questo artista scomodante è palese e ad oltranza. C'è
materiale junghiano, nei quadri di Foglia, c'è
la condanna, inappellabile, della perversione repressiva,
in ambito politico e morale, surrogata coi giochi erotici
privati, vera forma, a suo giudizio, di libertà
e comunicazione.
Come
per Danilo
Montenegro,
altro grande irriducibile, il filo è simbolo
di un'urlata poesia primordiale, per
Rosario Foglia, la tana - o il luogo della partenza
- diventa motivo di lotta e conquista sociale.
Emiliano
MORRONE

Fiera
Florense 2002 flash
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