L'inquieta
alleanza fra psicopatologia
e antropologia
Salvatore
INGLESE
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--Riscrivendo tale storia compendiavo
inoltre l'immissione di sempre nuovi dati e ricevevo
ispirazione per nuove ipotesi.
--La narrazione anamnestica si allungava
attraverso trenta anni di storia sociale, e attraverso
tutti i paesi e i continenti conosciuti.
In questa fase l'insieme delle domande superava abbondantemente
la possibilità delle risposte.
--Si trattava di ridefinire la cultura
autoctona non solo e non più nei suoi aspetti
autoreferenziali, ma sopra una vasta superficie di scambio
culturale virtualmente aperta.
--L'architettura della cultura tradizionale
non si delineava più nel suo modello ideale -
al limite, nello stereotipo folclorico - ma si era deformata
sottomettendosi agli esiti delle trasformazioni a cui
era stata sottoposta dai processi materiali di modernizzazione.
--Ambedue le varianti culturali, il
tipo mitico - ideale e quello storico - reale chiedevano
di essere ripensati in stretta interdipendenza, secondo
un doppio registro, sincronico e diacronico.
--Questo è divenuto ancor più
vero e necessario in relazione alla successione delle
generazioni e alla modificazione degli spazi geografici
e culturali esplorati dagli emigranti di questa regione.
--Mi trovavo a cospetto di
un ibrido antropologico, una sorta di spaccato intermedio,
a una forma bloccata prematuramente in uno stadio incompiuto
del proprio processo evolutivo.

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Nodi
Francesco
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--La configurazione presentava un
nucleo tradizionale, tramandato in forma immutata, ma
era percorsa da una serie di effetti centrifughi che
si sprigionavano dalle esperienze degli emigrati.
--Tali esperienze non erano addomesticabili
o socializzabili facendo ricorso al solo metro della
cultura tradizionale.
Intanto l'emigrazione attraversava e stigmatizzava il
destino dei pazienti.
--Gli effetti di ritorno dell'emigrazione,
non importava a quale latitudine essa fosse realizzata,
e per quanto tempo, contemplavano il rischio ipotetico,
e adesso il costo umano e sociale, conseguenti allo
sfondamento psicopatologico.
--Il ritorno dell'emigrato non sembrava
essere solo in relazione all'alternanza dei cicli economici,
o delle fortune eventualmente accumulate, ma determinato
soprattutto dall'insorgenza di malattie somatiche o
di disturbi mentali.
--L'esperienza morbosa, pur manifestandosi
come problema individuale, non si lascia infatti delimitare
entro tale dimensione idiosincrasica.
--Essa si ripercuoteva puntualmente
sulla famiglia allargata che, in questo contesto sociale,
costituiva la forma - famiglia ideologicamente dominante
anche se i suoi livelli funzionali, e la sua tenuta
strutturale, subivano una sovversiva trasformazione.
--Moltiplicandosi i casi, si moltiplicavano
le famiglie, e si allargava la base sociale del dato
psichiatrico, i suoi costi immediati, i suoi effetti
duraturi o permanenti.
--Questa base diventava ad un certo
punto così ampia da reclamare un ulteriore livello
in cui comprender l'intersezione tra casi e famiglie.
I processi motivazionali, le catene di rinforzo psicopatogeno,
le barriere culturali, i meccanismi difensivi, incominciavano
ad accumulare una sorta di patrimonio comune neanche
troppo dichiarato o conosciuto.
--Ad un certo punto la visione comprensiva
del processo migratorio sembrava presentare una sua
propria coerenza e descrivibilità, oltre che
possedere delle regole di funzionamento e di riproduzione.
Tale visione si estendeva ai miti, alle aspettative,
alle certezze, ai rischi calcolati, alle frustrazioni,
alle realizzazioni, alle sconfitte.
--Le stesse mete finali sembravano
essere una sorta di patrimonio comune denotato, ad esempio,
dalla scarsa differenziazione della capitalizzazione
dei guadagni ottenuti all'estero, investiti esclusivamente
nell'edilizia con la motivazione di assicurare un tetto
ai figli.
--Mi trovavo davanti ad un
comportamento collettivo di conservazione che si rifiutava
di tener conto delle trasformazioni intanto intervenute
in ogni ordine e grado della vita sociale.
--La ricchezza relativa derivante
da lavoro salariato prestato dagli emigranti, si ostinava
a pietrificarsi in abitazioni deserte ed abusive che
hanno provocato un grave squilibrio nella gestione razionale
del territorio. L'emigrazione non ha determinato un
nuovo sviluppo "in loco", per cui la rete delle strutture
produttive, o dei servizi, è rimasta atrofica
o comunque rallentata. Ma la pietrificazione del salario
rivelava anche la necessità di contrastare, rovesciandola
nel suo contrario, l'angoscia della scomparsa conseguente
all'esodo obbligato. In questo territorio, più
l'emigrazione viene patita come sradicamento, o nomadismo
coatto, più si demarcano nuove fondazioni domestiche. Più si è costretti al movimento,
più si
scava nella roccia e si eleva una scheletrica identità
stanziale.
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(ricordi
e riflessioni di un'esperienza sul campo)
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