L'inquieta alleanza fra psicopatologia e antropologia

Salvatore INGLESE

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Riscrivendo tale storia compendiavo inoltre l'immissione di sempre nuovi dati e ricevevo ispirazione per nuove ipotesi.
La narrazione anamnestica si allungava attraverso trenta anni di storia sociale, e attraverso tutti i paesi e i continenti conosciuti.
In questa fase l'insieme delle domande superava abbondantemente la possibilità delle risposte.
Si trattava di ridefinire la cultura autoctona non solo e non più nei suoi aspetti autoreferenziali, ma sopra una vasta superficie di scambio culturale virtualmente aperta.
L'architettura della cultura tradizionale non si delineava più nel suo modello ideale - al limite, nello stereotipo folclorico - ma si era deformata sottomettendosi agli esiti delle trasformazioni a cui era stata sottoposta dai processi materiali di modernizzazione.
Ambedue le varianti culturali, il tipo mitico - ideale e quello storico - reale chiedevano di essere ripensati in stretta interdipendenza, secondo un doppio registro, sincronico e diacronico.
Questo è divenuto ancor più vero e necessario in relazione alla successione delle generazioni e alla modificazione degli spazi geografici e culturali esplorati dagli emigranti di questa regione.
Mi trovavo a cospetto di un ibrido antropologico, una sorta di spaccato intermedio, a una forma bloccata prematuramente in uno stadio incompiuto del proprio processo evolutivo.

Arte Mediterranea: Arte dell'emigrazione: Nodi  Francesco BITONTI © 2003 copyright

Nodi

Francesco BITONTI


La configurazione presentava un nucleo tradizionale, tramandato in forma immutata, ma era percorsa da una serie di effetti centrifughi che si sprigionavano dalle esperienze degli emigrati.
Tali esperienze non erano addomesticabili o socializzabili facendo ricorso al solo metro della cultura tradizionale.
Intanto l'emigrazione attraversava e stigmatizzava il destino dei pazienti.
Gli effetti di ritorno dell'emigrazione, non importava a quale latitudine essa fosse realizzata, e per quanto tempo, contemplavano il rischio ipotetico, e adesso il costo umano e sociale, conseguenti allo sfondamento psicopatologico.
Il ritorno dell'emigrato non sembrava essere solo in relazione all'alternanza dei cicli economici, o delle fortune eventualmente accumulate, ma determinato soprattutto dall'insorgenza di malattie somatiche o di disturbi mentali.
L'esperienza morbosa, pur manifestandosi come problema individuale, non si lascia infatti delimitare entro tale dimensione idiosincrasica.
Essa si ripercuoteva puntualmente sulla famiglia allargata che, in questo contesto sociale, costituiva la forma - famiglia ideologicamente dominante anche se i suoi livelli funzionali, e la sua tenuta strutturale, subivano una sovversiva trasformazione.
Moltiplicandosi i casi, si moltiplicavano le famiglie, e si allargava la base sociale del dato psichiatrico, i suoi costi immediati, i suoi effetti duraturi o permanenti.
Questa base diventava ad un certo punto così ampia da reclamare un ulteriore livello in cui comprender l'intersezione tra casi e famiglie.
I processi motivazionali, le catene di rinforzo psicopatogeno, le barriere culturali, i meccanismi difensivi, incominciavano ad accumulare una sorta di patrimonio comune neanche troppo dichiarato o conosciuto.
Ad un certo punto la visione comprensiva del processo migratorio sembrava presentare una sua propria coerenza e descrivibilità, oltre che possedere delle regole di funzionamento e di riproduzione. Tale visione si estendeva ai miti, alle aspettative, alle certezze, ai rischi calcolati, alle frustrazioni, alle realizzazioni, alle sconfitte.
Le stesse mete finali sembravano essere una sorta di patrimonio comune denotato, ad esempio, dalla scarsa differenziazione della capitalizzazione dei guadagni ottenuti all'estero, investiti esclusivamente nell'edilizia con la motivazione di assicurare un tetto ai figli.
Mi trovavo davanti ad un comportamento collettivo di conservazione che si rifiutava di tener conto delle trasformazioni intanto intervenute in ogni ordine e grado della vita sociale.

La ricchezza relativa derivante da lavoro salariato prestato dagli emigranti, si ostinava a pietrificarsi in abitazioni deserte ed abusive che hanno provocato un grave squilibrio nella gestione razionale del territorio. L'emigrazione non ha determinato un nuovo sviluppo "in loco", per cui la rete delle strutture produttive, o dei servizi, è rimasta atrofica o comunque rallentata. Ma la pietrificazione del salario rivelava anche la necessità di contrastare, rovesciandola nel suo contrario, l'angoscia della scomparsa conseguente all'esodo obbligato. In questo territorio, più l'emigrazione viene patita come sradicamento, o nomadismo coatto, più si demarcano nuove fondazioni domestiche. Più si è costretti al movimento, più si scava nella roccia e si eleva una scheletrica identità stanziale.

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(ricordi e riflessioni di un'esperienza sul campo)

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