
--Gino
Bucchino dal Canada alla Camera eletto
all’estero nelle file dell’Unione: «La
rete consolare. La rete consolare è alla frutta,
anzi, si son mangiato anche quella. Non ci
sono più soldi»
--Intervista
a cura di Salvatore
Viglia
--Salvatore
Viglia: Lei è firmatario
insieme a Bafile, Narducci, Franceschini,
Sereni, Fedi, Farina, Lucà, Zanotti, Trupia,
Astore, Burtone, Grassi e Sanna della proposta
di legge per l’erogazione di un assegno di
solidarietà ai cittadini anziani residenti
all’estero. Mancano, però, alcune firme di
alcuni deputati dell’Unione, per esempio,
Cassola, Razzi, come mai?
--Gino Bucchino: Non per un motivo particolare
se non quello, immagino, dell’urgenza per
cui alcuni deputati non erano reperibili al
momento della raccolta delle firme. Urgenza
dovuta alla estrema premura dell’on. Bafile
prima firmataria. Tutto qua.
--S.V.: L’iniziativa
non si discute nel merito ma perché non è
stata proposta anche alla sottoscrizione dei
deputati di Forza Italia? In fondo, non si
sarebbero rifiutati di firmare un tale provvedimento
per non commettere un errore politico grave
--G.B.: Oso pensare
che ci sia una convergenza anche da parte
dei parlamentari di F.I. Diciamo che l’esperienza
passata ci ha indotto a pensare che forse
avremmo potuto trovare degli ostacoli. La
storia di questo progetto di legge non è nuova,
risale alla vecchia legislatura, possiamo
dire che oggi è stato ripresentato nella sua
interezza. Risale, dunque, alla iniziativa
dell’on. Valerio Calzolaio dei DS ma non ebbe
strada facile anzi fu bloccato e questo ci
ha fatto pensare che, molto probabilmente,
quella opposizione fatta dal passato governo,
si sarebbe rinnovata. Perciò abbiamo ritenuto
ripresentarla non necessariamente andando
a raccogliere firme anche tra i deputati delle
parte politica avversaria.
--S.V.: Si sarebbero trovati in fuori gioco se si
fossero rifiutati di sottoscrivere un progetto
come questo
--G.B.: Diciamo che
la sua interpretazione politica regge, ha
fondamento. Diciamo che non ci abbiamo pensato.
Avremmo potuto sicuramente spiazzarli di fronte
ad un atto di responsabilità. Ma le assicuro
che non abbiamo fatto alcun calcolo di questo
tipo. Ci siamo soffermati, ripeto, all’urgenza.
Ci teniamo nel dare una attenzione particolare
ai nostri connazionali all’estero che vivono
in zone disagiate come il Sud America, l’Argentina,
il Paraguay, l’Uruguay.
--S.V.: Si fa un gran parlare di CGIE e Comites,
qui la questione sta diventando scottante.
Qualcuno vuole abolire il CGIE, ora, secondo
la sua esperienza di consigliere CGIE, è vero
che abolire il CGIE significherebbe disfarsi
di una struttura costosa e poco efficiente?
--G.B.: No, assolutamente
no. Il CGIE,
al contrario, deve essere rivitalizzato per
ricevere maggiore dignità e maggiore attenzione
soprattutto adesso. Il
CGIE è uno dei tre livelli di rappresentanza
degli italiani all’estero.
--Il
primo è quello del Comites che agisce a livello prettamente locale. Questo
è conoscitore dei problemi sul territorio,
ed ha contatti con il Console.
--Il
secondo è quello del CGIE,
vale a dire un organismo che riporta a Roma
le istanze locali e cerca di farle diventare
mondiali col lavoro di amalgama e compatibilmente
con le esigenze provenienti dalle altre arie
continentali.
--Il
terzo livello è quello dei parlamentari
eletti all’estero anche se sono anni
che ci impegniamo come comunità degli italiani
all’estero. Terzo livello perché in questo
momento abbiamo dei parlamentari all’estero
che si possono fare promotori, in sede parlamentare,
di tutte le esigenze che vengono sollevate
dal CGIE per poi concretizzarle. Prima
di ora, il terzo livello mancava.
Adesso sono presenti parlamentari provenienti
dall’estero la cui maggioranza di questi,
proviene addirittura dalle file del CGIE.
Ciò è un valore aggiunto perché essi conoscono
bene la materia. Abolendo il CGIE verrebbe
meno questo legame, la cinghia di trasmissione
con i parlamentari eletti all’estero che portano
in parlamento la sua voce. Posso dire che
adesso il CGIE ha una funzione ancora più
importante di quella che aveva in precedenza.
--S.V.: C’è incompatibilità tra le cariche di consigliere CGIE e quella di deputato?
--G.B.: Non c’è incompatibilità
di legge. Non prevista non per una svista
del legislatore. Basti pensare che l’on.
Tremaglia, prima di essere ministro degli
italiani nel mondo era consigliere del CGIE,
faceva parte del Comitato di presidenza pur
essendo un parlamentare. Già da allora non
esisteva questa incompatibilità. Resta il
fatto che esiste, a mio parere, una incompatibilità
di fatto che è quella che, secondo me, non
è giusto che i parlamentari eletti all’estero
facciano parte anche del CGIE. E questo
proprio per non confondere i due ruoli e per
dare più dignità al CGIE stesso. D’altronde
il CGIE farà sempre riferimento
ai parlamentari eletti nelle circoscrizioni
estere. Secondo me, è giusto che i membri
eletti in parlamento si dimettano dal CGIE.
Direi che questa è la tendenza generale non
necessariamente ancora unanime ma questa è
la strada che stiamo seguendo. Da parlamentari,
la nostra presenza alle riunioni del Consiglio
generale sarà sinonimo
di impegno, rispetto e responsabilità.
--S.V.: Per lei la questione incompatibilità sarebbe
puramente etica?
--G.B.: Esattamente
e per dare maggiore dignità al CGIE, io mi
dimetterò.
--S.V.: Ci dica i problemi degli italiani che lei
rappresenta
--G.B.: I problemi sono
di due ordini. Storici legati a quegli italiani
all’estero ormai anziani che hanno a che fare
con numerosi ed atavici problemi e quelli
legati al nuovo corso a quelli cioè da cui
dipende la stessa immagine degli italiani
all’estero. I
giovani che oggi vanno all’estero ci vanno
con la loro professionalità e con il computer nella “valigia
di cartone”. Oggi le cose sono cambiate,
bisogna accettare, riconoscere questo nuovo
ruolo, cercare di mettere i nostri giovani
in condizione di farli funzionare. Riconoscere
i valori degli italiani all’estero che lavorano
nelle università, nelle camere di commercio,
che vanno in giro per il mondo a creare, a
concludere nuovi affari. Io direi che, se
riusciamo a fare questo, a mettere in rete
i nuovi italiani all’estero, avremo raggiunto
un grande obiettivo. Senza dimenticarci dei
vecchi problemi non ancora risolti legati
alla vecchia emigrazione, vale a dire la pensione
sociale. Riconoscere il diritto alla pensione
quando questo esiste. Evitare quelle incredibili
lungaggini che sono indecenti. Al contrario
, quando un italiano all’estero ha diritto
alla pensione, la prima risposta che riceve
dall’Inps è no. Conseguentemente la strada
dei ricorsi è l’unica da seguire. Si pensi
che il 95% dei ricorsi viene accolto e, spesso,
quando il soggetto non sia deceduto prima.
Bisogna darsi una regolata, sempre sulla questione
delle pensioni, su questa campagna Red che
l’Inps ha messo in moto in tutto quanto il
mondo, perché così come viene posta in essere
in questo momento, crea delle situazioni diverse
non omogenee. Si rischia di penalizzare gli
onesti, quelli che dichiarano giustamente
quello che percepiscono e, magari, non vengono
penalizzati i furbetti che non dichiarano
niente e non rispondono alle richieste dell’Inps.
Poi c’è la questione degli indebiti la cui
riscossione è stata delegata ai centri regionali.
Alcune regioni hanno già cominciato a raccogliere
gli indebiti,altre regioni ancora no. Ciò
non è giusto, è quindi necessario che si faccia
chiarezza in tutte queste cose. Senza parlare
della questione informazione che, per usare
una espressione forte, grida vendetta. Non
si può continuare ad andare avanti in questo
modo. Non si può continuare a pensare che
gli italiani all’estero siano una massa di
sperduti ai quali basta mandare un programmino
di divertimento mal fatto e senza neanche
rispetto per gli orari. E’ una indecenza.
Il servizio attuale di Rai International è
meglio non averlo. Sono fortunatissimi gli
europei che non hanno da vedere questa Rai
International, perché se la vedessero, si
cadrebbe ancora più in basso.
--Ancora, la questione
della storia e della cultura. Una legge vecchissima ed obsoleta ancora in
piede che ha lo scopo di insegnare solo un
po’ di italiano ai giovani, va completamente
rivista. Oggi la cultura, la lingua, va vista non più come la lingua
parlata ma come lingua di conoscenza.
C’è bisogno di grandi cambiamenti, più attenzione
alla cultura che viene prodotta all’estero
ed in questo il ruolo dei Comites,
dei CGIE e dei parlamentari risulta fondamentale.
--S.V.: Se lei potesse, con uno schiocco delle dita
risolvere una questione, quale sceglierebbe?
--G.B.: La
rete consolare. La rete consolare è alla frutta,
anzi, si son mangiato anche quella. Non ci
sono più soldi
--S.V.: Le responsabilità di chi sono?
--G.B.: Dei governi indubbiamente. E’ il Governo di turno che non stanzia fondi
adeguati per il mantenimento di una rete consolare
decente al servizio dei cittadini italiani
all’estero. Prendiamo ad esempio il Consolato
di Toronto. Una circoscrizione enorme
che abbraccia due fusi orari addirittura,
un territorio 5 o 6 volte l’Italia, abbiamo
un solo Consolato generale che dispone delle
spese correnti, circa 100.000 dollari annui
e con questi soldi, oggi ridotti del 50%,
non si riesce neanche a pagare la bolletta
elettrica e le utenze telefoniche. Non è possibile
che un connazionale non possa rivolgersi al
suo Consolato, che possa telefonare ed avere
una risposta. Non è possibile che quando uno
arriva al Consolato, non ci trovi il personale
che, per quanto riguarda la mia esperienza
personale, lavora bene ma è insufficiente. Se avessi la bacchetta
magica sanerei immediatamente la rete consolare
che poi in altri termini significa anche apertura
di nuove sedi consolari onorarie. Ciò
significherebbe incremento dei corrispondenti
consolari, nuovi ed adeguati finanziamenti
perché queste persone che fanno un lavoro
veramente onorario possano essere in grado
di farlo, almeno, avendo i fondi per pagare
l’affitto e le spese di segreteria.
--S.V.: Ecco perché il vice ministro non ha disposto
ispezioni…
--G.B.: Gli impiegati
non sono sufficienti. Lavorano, non
è come 15 anni fa quando non avevano voglia
e mandavano via i cittadini. No, lavorano
dalla mattina alla sera ma sono talmente pochi
che non riescono materialmente a fare fronte
a tutto.
--Occorre
un certo coraggio anche a superare questioni
di natura sindacale. Il sindacato principale
del Ministero
per gli Affari Esteri,
protegge, in maniera eccessiva, il personale
di ruolo. Si fa riferimento ancora ad una
legge secondo la quale il personale che può
essere utilizzato a contratto all’estero,
non può superare le duemila e qualcosa unità
per tutto quanto il mondo. Questo tetto è
stato raggiunto, quindi è assolutamente impossibile
fare riferimento ad altro personale a contratto.
Succede poi che molti vanno in pensione e
non vengono sostituiti col risultato che il
personale diminuisce sempre di più. Bisogna,
invece, fare questo gesto di coraggio e capire
che, oggi, i tempi sono cambiati per esempio
attingendo personale ed assumendo in loco. Personale anche
di origine italiana perché no. Ci sono tanti
giovani. Non sembra sensato
mandare un autista da Roma per il Console
che oltre ad ignorare la lingua, non conosce
neanche le strade. In termini economici non
si risparmierebbe più di tanto ad assumere
personale in loco in megalopoli come Toronto
e Montreral, ma in estremo oriente si può
arrivare a risparmiare dieci volte tanto e
con il risparmio ottenuto, finanziare il miglioramento
dei servizi. Ci vuole atto
di coraggio per andare contro la chiusura
dei sindacati.
--S.V.: Sembra che l’on. De Gregorio costituisca,
uscito dall’IdV, una nuova formazione degli
italiani nel mondo, lei si affilierà?
--G.B.: Devo dire che non so niente di questa
nuova formazione. Non voglio fare commenti.
Innanzitutto, ritengo che una
persona eletta in un determinato schieramento
abbia l’obbligo, il dovere assoluto e totale
di rimanere in quello schieramento.
Se non gli sta più bene, se ne torni a casa.
Questa è una posizione di dignità. Se questa
proposta di costituire un nuovo organismo
degli italiani nel mondo viene dall’on. De
Gregorio, non mi interessa.
--S.V.: Cosa occorre fare con la legge sul voto degli
italiani all’estero, mantenerla, cambiarla?
--G.B.: Direi che le elezioni sono
un sacrosanto diritto previsto dalla Costituzione.
E’ giusto che gli italiani all’estero abbiano
votato e continuino a farlo. La legge che
ha consentito questo non è priva di difetti
e di perplessità. Una di queste perplessità
è questa specie di “riserva” indiana costituita
dagli italiani all’estero. Si è fatto in modo
che questi votassero solo per i rappresentanti
provenienti dall’estero temendo che, viceversa,
con il loro voto legato ai collegi di riferimento
ed appartenenza, avrebbero potuto sconvolgere
i “conti” dei partiti in Italia. Il parlamento
ha voluto questa legge ed ironia della sorte, il caso ha
voluto anche che, nonostante tutto, il voto
degli italiani all’estero sia necessario per
la maggioranza al Senato.
--Ma,
al di là di questo, io credo che è giusto
che gli italiani all’estero continuino a votare,
ma dobbiamo dare loro questo diritto che ma
che sia un diritto pieno e non dimezzato. Per il mancato
aggiornamento delle anagrafi, migliaia di
italiani che ne avevano diritto non hanno
potuto esercitare il diritto di voto non avendo
ricevuto il kit elettorale.
Viceversa, invece, migliaia di cittadini italiani
che sono ormai divenuti, di fatto, da decenni
canadesi, australiani, venezuelani, argentini
che non hanno ormai nessun legame con l’Italia,
hanno votato perché hanno ricevuto il kit
elettorale. I Comuni poi che, per paura di
scendere al di sotto di un determinato numero
di cittadini con il timore di percepire dalla
Stato meno soldi, non aggiornano gli elenchi,
è un fatto veramente indecente. Senza contare
l’incuria dell’impiegato comunale di turno
che non ottempera al proprio ufficio nell’operare
le variazioni in tempo utile. Votare in questo
stato di cose significa accordare agli aventi
diritto un diritto dimezzato. Quindi è necessario
modificare questa legge, creare un registro
elettorale certo così come già avviene in
alcuni paesi come
la Francia.
Ricordiamoci
che parecchie migliaia di italiani che ne
avevano diritto e la voglia, non hanno votato.
Bisogna porre rimedio alle falle delle legge
con una maggiore attenzione.
intervista
a cura di
Salvatore
Viglia / Eureka
Giornalista
a Montecitorio per gli italiani
nel mondo
Vice
Direttore di www.lideale.it
emigrati.it
web site
CGIE
- Consiglio Generale degli Italiani all'Estero
--Il
Consiglio Generale degli Italiani all'Estero
(C.G.I.E), istituito con Legge 6 novembre1989,
n. 368 (modificata dalla Legge 18 giugno1998,
n. 198), e regolamentato dal D.P.R. 14 settembre
1998, n. 329, è il consulente del Governo
e del Parlamento sui grandi temi di
interesse per gli italiani all'estero. Esso
rappresenta il primo passo nel processo di
sviluppo della "partecipazione" attiva alla
vita politica del paese da parte delle
collettività italiane nel mondo e costituisce
l'organismo essenziale per il loro collegamento
permanente con l'Italia.