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--Quando
sono arrivato laggiù non sapevo quasi nulla della
sua storia né della sua realtà presente. 1)
--Eppure
lì avrei incominciato da giovane e inesperto
psichiatra.
--La
mia prima impressione fu quella di un luogo richiuso
in sé stesso avvolto intorno ad un segreto invisibile,
claustrale e claustrofobico. La scarsa luce
del pomeriggio e la prima densa nebbia autunnale imponevano
questa sensazione alla coscienza, e la inquietavano.

San
Giovanni in Fiore
Fotografia:
Francesco Saverio ALESSIO, copyright © 2003
--Il
primo impatto, la prima visione riferita dalle persone
che già vi lavoravano e che avrebbero condiviso
con me quell'esperienza professionale, era che lì
non vi sarebbe stato molto lavoro: pochi i pazienti,
ordinarie le storie. Il tutto sarebbe stato
ricoperto, durante l'inverno, da una superficie innevata,
prima lieve e sottile, poi dura come cemento bianco.
--Il
Paese sembrava non aver nulla da dire ad una persona
venuta dal mondo esterno, mentre indizi fuggevoli segnalavano
che avevo attraversato un confine invisibile, ma netto,
tra ciò che permaneva fuori e ciò che,
invece, dentro questo territorio risiedeva silenzioso,
contenuto da invisibili briglie. Più tardi, molto
più tardi, sarebbe giunto ad evidenza un lavoro
di rimozione collettiva, implacabile e tenace.
--Ma
che cosa tutti si sforzavano di rimuovere?
--Più
tardi, molto più tardi, appresi fortuitamente*,
leggendo un articolo di commemorazione storica della tragedia
di Mattmark, che sette vittime provenivano
da questo territorio. 2)
--Coinvolto
emotivamente nella loro tragica sorte tutto il paese
partecipò all'angoscia che non risparmiava nessuno.
--Le
autorità, le famiglie, il clero e i politici
attivarono un ponte di lutto e di solidarietà
di fronte alla tragedia più importante che l'emigrazione
all'estero aveva fino a quel momento provocato a carico
di questa comunità.*
--Di
questa vicenda, nel tempo in cui vi lavoravo, scrivevo
e ricercavo (1982-1990) nessuno mi aveva parlato
pur essendo noto il mio specifico interesse per le vicende
migratorie.
--Venivo
mantenuto a lato di tutto questo, anche dopo anni di
permanenza nel luogo, dopo aver conosciuto centinaia
di casi e vicende emergenti dallo sfondo storico dell'emigrazione
di massa. Immediatamente ho giustificato tale comportamento
credendo di riconoscervi un modo per escludermi, in
quanto membro esterno, da quella sfera intima che si
cristallizza all'interno di una comunità tramortita
da una tragedia collettiva.
--Poi
sono giunto alla convinzione che questa radicale strategia
di isolamento e di repressione del dramma, fosse prevalentemente
rivolta ai membri appartenenti di diritto alla comunità.
--L'intollerabilità
dell'evento non doveva dunque riemergere alla superficie
della coscienza collettiva quando essa non aveva ancora
archiviato il
problema dell'emigrazione come scelta di sopravvivenza.
--Pur
a distanza di tempo non si poteva ancora riproporre
all'attenzione delle giovani generazioni un evento ancora
evidentemente dissuasivo e minaccioso, capace di coinvolgere
nel sentimento della sventura non solo il destino di
un individuo o di una famiglia, ma quello di un'intera
popolazione.
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