L'inquieta
alleanza fra psicopatologia
e antropologia
Salvatore
INGLESE
12
--All'inizio della mia attività
assistenziale i casi erano pochi e tutti provenienti
dal ventre digestivo del manicomio il quale espulse
una quota residuale prodotta dalla tragedia dell'internamento
all'indomani della promulgazione della legge nazione
di riforma psichiatrica.
--Si trattava appena di una
quarantina di casi.
--Nel corso del tempo è
stato possibile censire almeno cinquecento casi
psichiatrici che rappresentano , comunque la punta emergente
di un iceberg epidemiologico la cui massa resta nascosta.
--Intorno a questa popolazione
di pazienti si riescono ad offrire le seguenti considerazioni:
- La maggioranza racconta un'esperienza migratoria vissuta
in prima persona, mentre la quota restante è
costituita da individui i cui congiunti sono emigrati.
- Al momento dell'osservazione, la maggioranza dei casi
è diagnosticamene riconducibile all'area dei
disturbi psicotici.
- Il primo scompenso psicopatologico si manifesta sul
territorio ospitante e nel corso di una attività
lavorativa.
- Lo scompenso subentra, pressoché invariabilmente,
in rapporto ad eventi di vita significativi. Tali eventi
possono essere, indifferentemente, positivi ( gratificazioni
professionali ed economiche, acquisto di proprietà,
fidanzamento, matrimonio), o negativi ( lutti, malattie
somatiche, infortuni, licenziamento, sanzioni disciplinari,
conflitti intra - e - inter - gruppali ).
- Viene prevalentemente colpita l'età giovane
adulta, in qualsiasi momento della permanenza all'estero.
- Alcuni casi si dichiarano in età più
avanzata, epoca in cui si manifesta un grave senso di
insicurezza sostenuto da precarietà fisica, economica,
o dalla solitudine. Gioca un ruolo dirompente l'angoscia
di morte imminente che sostiene il desiderio di tornare
a morire là dove si è nati.
- Vengono indifferentemente colpiti i due sessi.
- Le donne migrate denunciano una prevalenza di disturbi
psicotici, mentre quelle residenti manifestano disturbi
nevrotici tendenzialmente intrattabili.
- Il livello di scolarizzazione e di qualificazione
professionale non si costituisce come fattore di protezione
dal disturbo mentale. Aumenta tendenzialmente la quota
dei pazienti in quel segmento della popolazione emigrata
che, nel corso dell'attività lavorativa, ha acquisito
nuovi strumenti culturali.
- I coniugati rappresentano la quota maggioritaria dei
pazienti, mentre il vincolo matrimoniale viene regolarmente
spezzato dall'emigrazione. Sono significativamente presenti
le coppie emigrate in cui ambedue i coniugi manifestano,
contemporaneamente o successivamente, disturbi mentali.
- Sono in costante crescita i casi registrati a carico
degli emigrati di ritorno che scontano un sentimento
di estraneità dal contesto originario.
- Nei giovani emigrati, soprattutto in quelli di seconda
generazione, si manifestano disturbi mentali sostenuti
dall'uso di sostanze stupefacenti.

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Gerardo
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--Nel suo insieme la casistica
esplorata si declina nelle grandi derive paranoidee,
confusionali e melanconiche; lungo quadri nevrotici
sfumati e invalidanti: sinistrorsi, disturbi psicosomatici
e ipocondriaci.
--I disturbi somatici e gli
infortuni sul lavoro ricorrenti consolidano il nucleo
della subentrante lamentosità e dell'invischiante
querulomania assistenziale ( nevrosi da indennizzo ).
--Forme depressive, procrastinate
e tardive possono presentarsi dopo lunghi anni di apparente
benessere, addirittura dopo un certo tempo dal rientro
in patria.
--Lo scompenso psicotico
dell'emigrante non si avvita inizialmente intorno ad
una configurazione psicopatologica pura e irreversibile.
--La maggioranza dei casi
osservati mantengono per diverso tempo una propria plasticità
formale che ne permette il passaggio turbinoso all'interno
di dimensioni nosologiche sempre cangianti ed aleatorie
( de Almeida 1975 ).
--I disturbi che assumono
caratteristiche sindromiche tipiche e stabilizzate rinviano
alla persistenza di fattori ambientali sfavorevoli,
quali la perdita dei diritti prima garantiti nel contesto
adottivo, la scarsa qualità riparativa del gruppo
etnico e familiare, la carente dotazione strutturale
di partenza, le cure inadeguate.
--L'aggregazione e la sinergia
di questi elementi costringono l'emigrante a percorrere
i territori della catabasi psicotica e i molti luoghi
della cronicizzazione istituzionale.
--I caratteri paranoidei
della psicosi prevalgono nei pazienti esposti direttamente
allo sradicamento culturale.
--I temi deliranti trasmutano
nella patomorfosi delle macchine influenzanti, attive
nello spazio - tempo del paese ospitante e il cui potere
riesce a proiettarsi sul territorio di provenienza dell'emigrante
( Tausk 1979 ).
--In questo clima di generale
laicizzazione delle tematiche deliranti, le angosce
persecutorie appuntate sul "malocchio" e sulla "fattura"
si offrono come variante tematica recessiva, espressa
dalla disposizione sensitiva di coloro che hanno scalato
gli stadi dell'istruzione umanistica o tecnico - scientifica.
--L'incremento dei disturbi
dell'umore si organizza nella costellazione delle forme
distimiche ad impronta reattiva conseguenti all'infinita
teoria dei lutti, delle partenze e degli abbandoni.
--Forme specificamente riconoscibile
a carico della popolazione emigrata sono le:
a) Depressioni procrastinate ( Grinberg e Grinberg 1984
), slatentizzate dall'esaurimento delle difese maniacali;
b) Depressioni del ritornato, sostenute dall'incapacità
soggettiva a riorientarsi nel contesto originario di
cui non si accetta, o si nega, il mutamento;
c) Depressioni delle vedove bianche, dovuti ai vissuti
di perdita alimentati dalla coniugalità ( e dalla
maternità ) spezzata.
--Una particolare tonalità
fobogena si sprigiona dal mondo dei morti che ritornano
nello spazio dei viventi ad esercitarvi una funzione
persecutoria.
--Questo sembra accadere
a causa della degradazione dei rituali funerari tradizionali
per mezzo dei quali si operava l'elaborazione collettiva
del lutto ( Inglese e Madia 1989 ).
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(ricordi
e riflessioni di un'esperienza sul campo)
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