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Rina Ferrarelli: Sepolto nella carne


Emigrazione e poesia

Quale tempo, quale luogo è il sogno? Mi sento come un’ombra, fatta di nebbia.

Montenero 1881 m, Sila

Sepolto nella carne

Quando passo le porte chiuse da anni
mi domando dove sono i bambini
che vi si riunivano davanti
così tanti che ci vollero due turni
per ogni scuola, ogni classe.
Le fanciulle che facevano le salsicce
con gli aghi di pino
e le mettevano a maturare nel fumo,
mentre i pani crescevano nel buio,
e il fuoco riscaldava il forno.
I fanciulli che guardavano
il martellare del fabbro
incantati dal rosso incandescente,
dal mistero dell’acqua e il fuoco,
che lavorando insieme, mutavano
ciò che non sembrava mutabile.
Come l’alchímia del tempo e della memoria
l’alchímia dei loro giuochi accaniti:
sette petrille lisce, u palu e la sguiglia,
le pípite di pecora.

Proprio qui il fotografo ambulante
sommerse in un bianco bacile
i piccoli quadrati di carta, e noi vedemmo
il nero sbiadire, le nostre immagini
assumere forma sotto l’acqua
emergere alla luce.
E come una doppia esposizione
quando le persone conosciute
escono dalle case a salutarmi
le persone ch’eravamo, sepolte nella carne,
risorgono tra gli strati del tempo,
e si mettono fra di noi, facce lisce e ignare,
mentre quelle che non ci sono
indugiano nell’ombra dei portoni
nei vani di finestre.
Si sporgono dai nostri occhi.
Se diciamo i loro nomi o no
afferrano nel vivo, e stringono.

Buried in the Flesh

Walking past doors closed for good
I wonder where all the children are
who used to gather outside them
so many we had to have two shifts
in our one-room, one-grade schools.
The girls who made pine needle "sausages"
and hung them to dry in the smoke
of the community oven, while the loaves
rose on the dark shelves, the fire
burned under the dome.
The boys who watched the red-hot hammering
outside the blacksmith shop
marveling at the mystery of fire and water
working together
to change what seemed unchangeable.
Like the alchemy of time and memory,
the alchemy of their passionate play:
seven smooth stones, a short stick
and a long, a sheep's knucklebone.

On this spot the itinerant photographer
submerged the small squares
in a white enamel basin, and we saw
the blackness fade, our images form
beneath the water, rise to the surface.
And like a double exposure
when the people I know
come out of their houses to greet me,
the people we were, buried in the flesh,
rise through the layers of time
and stand between us
with their smooth ignorant faces
while those who are gone
linger in the shadows of doorways
in the frames of windows.
Look out of our eyes.
Whether we say their names or not,
they reach into the quick and squeeze.


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